Cosa sono i Pfas e dove si trovano
I PFAS, acronimo di sostanze per- e poli-fluoroalchiliche, sono composti chimici sintetici utilizzati per rendere i materiali resistenti all’acqua, ai grassi e alle alte temperature. Sono presenti in tessuti tecnici, imballaggi alimentari, schiume antincendio e in numerosi prodotti di uso quotidiano. La loro struttura chimica estremamente stabile impedisce la degradazione naturale, motivo per cui vengono chiamati “inquinanti eterni”.
Il problema principale dei PFAS è la bioaccumulazione. Si concentrano infatti nel suolo, nelle acque e negli organismi viventi, compreso il corpo umano. L’esposizione prolungata è collegata a effetti sul sistema endocrino e immunitario, danni epatici, infertilità, diabete e aumento del rischio di alcuni tumori.
Capire cosa sono i PFAS significa comprendere che non si dissolvono nel tempo e continuano a circolare nell’ambiente, rendendo la contaminazione persistente e diffusa.
I PFAS sono pericolosi per la salute?
L’esposizione alle sostanze per- e polifluoroalchiliche è stata oggetto di numerosi studi scientifici che ne evidenziano i potenziali rischi per la salute umana. Di seguito, alcune fonti autorevoli che supportano le informazioni precedentemente citate:
- Alterazioni del sistema endocrino: uno studio pubblicato su Annals of Pediatric Endocrinology & Metabolism ha evidenziato che l’esposizione ai PFAS può interferire con la funzione tiroidea, portando a ipotiroidismo.
- Problemi al fegato: una meta-analisi su Environmental Health Perspectives ha concluso che esiste un’associazione tra l’esposizione ai PFAS e marker di danno epatico, suggerendo un potenziale effetto epatotossico nell’uomo.
- Effetti sul sistema immunitario: l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha stabilito che l’effetto più critico per la salute umana legato ai PFAS è la ridotta risposta del sistema immunitario alle vaccinazioni.
- Aumento del rischio di alcuni tumori: il C8 Science Panel ha riportato un probabile legame tra elevate concentrazioni di PFOA nel sangue e un aumentato rischio di cancro ai testicoli e ai reni.
- Disturbi dello sviluppo: uno studio riportato su Environmental Health Perspectives ha associato l’esposizione ai PFAS a ritardi nello sviluppo motorio e cognitivo nei bambini, con possibili effetti sulla capacità di apprendimento e interazione sociale.
- Malattie cardiovascolari: il C8 Science Panel ha evidenziato un legame probabile tra l’esposizione al PFOA e l’ipercolesterolemia, un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari.
Queste fonti scientifiche sottolineano l’importanza di monitorare e limitare l’esposizione ai PFAS per proteggere la salute pubblica.

Quali tipologie esistono
Dal punto di vista tecnico, i PFAS si distinguono in catena lunga
- PFOA — acido perfluoroottanoico;
- PFOS — perfluoroottano-sulfonato;
e catena corta
- TFA — acido trifluoroacetico.
I composti a catena corta, pur meno studiati e spesso considerati meno problematici, stanno emergendo come una criticità propria. La causa è la loro mobilità elevata, la diffusione più ampia e una maggiore difficoltà di controllo.
PFAS nell’acqua: i dati di Greenpeace sull’acqua potabile
Secondo l’indagine condotta da Greenpeace Italia tra settembre e ottobre 2024, la presenza di PFAS nell’acqua potabile è ampiamente diffusa sul territorio nazionale. Lo studio ha analizzato 260 campioni in 235 comuni italiani, coprendo tutte le regioni.
Ecco i risultati principali, basati esclusivamente sull’inchiesta di Greenpeace:
- 206 campioni su 260 (79%) contengono almeno una delle 58 molecole PFAS analizzate;
- Solo il 21% dei campioni risulta privo di contaminazione;
- Il PFAS più rilevato è il PFOA, presente nel 47% dei campioni;
- Seguono il TFA (40%) e il PFOS (22%).
- Tutte le regioni italiane risultano interessate dalla contaminazione.
Questi numeri confermano che il problema dei PFAS nell’acqua potabile non riguarda più solo aree industriali ad alta esposizione, ma l’intero sistema idrico nazionale.
PFAS nell’acqua in bottiglia: cosa dice l’inchiesta
Greenpeace ha poi analizzato 16 bottiglie appartenenti agli 8 marchi più venduti in Italia. Anche qui i dati sono chiari:
- 6 marche su 8 presentano PFAS, in forma di TFA;
- I valori più elevati rilevati sono stati di 700 ng/L.
Il dato rilevante è che i PFAS non sono presenti solamente nell’acqua del rubinetto, ma anche in alcune acque minerali industriali. L’inquinamento, infatti, può derivare da sorgenti esposte o da processi industriali a monte.
Perché sono difficili da rimuovere
La stabilità dei PFAS li rende resistenti ai trattamenti tradizionali di potabilizzazione. Filtri a carbone attivo, resine o microfiltrazione, da soli, possono ridurre parzialmente la contaminazione, ma non la eliminano in modo sufficiente. Per questo motivo si parla sempre più spesso della necessità di tecnologie avanzate per abbattere i PFAS nell’acqua potabile.

Osmosi inversa: l’unica tecnologia certificata per eliminare i PFAS
Oggi, fra tutte le tecnologie di affinamento domestico e professionale, l’osmosi inversa è l’unica certificata per ridurre in modo significativo e documentato i PFAS.
Secondo le certificazioni NSF/ANSI Standard 53 e 58, i sistemi di osmosi inversa sono in grado di abbattere fino al 98–99% dei PFAS, incluse le molecole più problematiche come PFOS e PFOA.
Queste certificazioni garantiscono che il dispositivo sia stato testato secondo protocolli internazionali e che l’efficacia dichiarata sia verificabile e ripetibile.
È importante precisare che:
- L’osmosi inversa è attualmente l’unica tecnologia certificabile per la rimozione dei PFAS;
- L’efficacia può variare in base allo stato della membrana, alla manutenzione e alla concentrazione iniziale degli inquinanti;
- Nessun altro sistema domestico a carbone attivo, microfiltri o ultrafiltrazione possiede oggi certificazioni equivalenti per eliminare quasi totalmente i PFAS.
Perché è importante agire ora
La domanda cosa sono i PFAS riguarda direttamente la qualità dell’acqua che le famglie italiane bevono ogni giorno. In Italia, le analisi indipendenti mostrano che la contaminazione da PFAS dell’acqua potabile e anche delle bottiglie è più diffusa di quanto comunemente percepito. La prevalenza elevata (79% dei campioni) e i valori rilevati nelle acque in bottiglia testimoniano che bere acqua senza PFAS non è ancora scontato.
Dal punto di vista della tutela individuale e collettiva, è essenziale che si intensifichino i controlli, vengano adeguati i limiti normativi alla luce delle evidenze scientifiche, e che i gestori idrici e i singoli utenti considerino la filtrazione come passaggio concreto per la riduzione del rischio.
In questo scenario, l’osmosi inversa rappresenta lo strumento più efficace per affrontare il problema a livello domestico, grazie alla possibilità di rimuovere fino al 99% dei PFAS e certificazioni internazionali che garantiscono la qualità dei risultati.



