La storia dell’acqua in bottiglia di plastica

L’acqua in bottiglia di plastica, nonostante la sua massiccia produzione attuale, è un’invenzione relativamente recente che ha contribuito significativamente all’inquinamento plastico globale.
L’invenzione (1973)
La bottiglia in PET fu inventata dall’ingegnere americano Nathaniel C. Wyeth della DuPont nel 1973. Wyeth brevettò l’uso del polietilene tereftalato (PET) per il settore alimentare, un materiale già esistente dal 1941. L’intuizione nacque dalla necessità di trovare un’alternativa alle pesanti e costose bottiglie in vetro, che richiedevano il sistema del “vuoto a rendere”.
Attraverso esperimenti con bevande gassate, Wyeth scoprì che il PET era superiore al polipropilene grazie alle sue fibre allungate che lo rendevano più resistente ed elastico, capace di sopportare la pressione della CO2.
La rivoluzione del packaging
L’invenzione rivoluzionò il mondo del packaging e dei consumi. La leggerezza e la praticità delle bottiglie in plastica portarono a un rapido abbandono dei contenitori in vetro e PVC. Wyeth ricevette prestigiosi riconoscimenti, incluso il premio della Society of Plastics Engineers nel 1981.
Tuttavia, il successo commerciale non fu accompagnato da adeguate strategie di riciclo. Ancora oggi, in media, solo il 30-35% delle bottiglie prodotte a livello globale non viene smaltito correttamente, causando un grave inquinamento ambientale.
Situazione attuale
Oggi l’Italia è il primo paese al mondo per consumo di acqua in bottiglia, con 223 litri pro capite annui e 11 miliardi di bottigliette consumate ogni dodici mesi. Oltre il 60% di queste non viene riciclato, disperdendosi nell’ambiente.
La soluzione a questo problema è legata al consumo dell’acqua del rubinetto, opportunamente filtrata per evitare eventuali impurità, limitando l’impatto devastante di un materiale che, un tempo, era considerato un’innovazione rivoluzionaria.




